Le donne hanno bisogno di tacchi? | BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA

Da poco è trascorsa la Giornata internazionale della donna dell’8 marzo, che, anche a Brescia, è stata ricordata con eventi di diversa natura, da quelli ludico-commerciali, come le uscite in ristoranti, pizzerie o locali notturni, a quelli di lotta, come lo sciopero e il corteo per le vie del centro, o come le iniziative culturali, spirituali, aggregative e, non da ultimo, sanitarie con gli open day delle Asst dedicati alla prevenzione di malattie femminili. E adesso? Come si dice: “Passato il santo passato il miracolo”?

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Doriana Galderisi, opinionista BsNews

(Anno nuovo rubrica nuova! Ricomincia la rubrica psicologica per Brescia, dal titolo “Brescia vista dalla psicologa”, a cura della dottoressa Doriana Galderisi, nella nuova forma di dialoghi con la giornalista bresciana Irene Panighetti).

Se con il tacco ti vedrai alta,
con l’amore per te stessa ti vedrai immensa. 
Frida Khalo

di Doriana Galderisi* – Da poco è trascorsa la Giornata internazionale della donna dell’8 marzo, che, anche a Brescia, è stata ricordata con eventi di diversa natura, da quelli ludico-commerciali, come le uscite in ristoranti, pizzerie o locali notturni, a quelli di lotta, come lo sciopero e il corteo per le vie del centro, o come le iniziative culturali, spirituali, aggregative e, non da ultimo, sanitarie con gli open day delle Asst dedicati alla prevenzione di malattie femminili. E adesso? Come si dice: “Passato il santo passato il miracolo”?

Dottoressa Galderisi, l’8 marzo ha risvolti psicologici per i quali è possibile vivere ogni giorno il senso di questa data?

Buongiorno a lei dottoressa Panighetti e a chi ci legge… è sì, è proprio così: l’otto marzo ha significati profondi, sebbene si tenda a limitare questa celebrazione allo scambio di battute o auguri, o alle dichiarazioni formali istituzionali, che vanno bene, perché servono a sensibilizzare, a patto però che non ci si “limiti” a vedere nella festa dell’8 marzo la rivendicazione della parità di genere e che non ci si “fermi” all’esaltazione del genere femminile in tutte le sue dimensioni.

È, infatti, importante andare più nel profondo perché questa è una delle ricorrenze che ha maggiori significati psicologici, in quanto è la celebrazione di quello che viene chiamato l’archetipo psicologico del femminile.

Con l’espressione archetipo si intende un modello che funge da esempio, così come nella mitologia greca ogni dea rappresenta una espressione della femminilità, una sorta di rappresentazione della psicologia del femminile. A questo proposito suggerisco la lettura di un testo molto bello di una studiosa francese: Jean Bolen, dal titolo Le dee dentro la donna. (Astrolabio).

Il riferimento all’archetipo femminile intendiamo riguarda quell’energia che è dentro la donna e che può essere rappresentata da aspetti come la creatività, l’intuizione, l’empatia, l’accoglienza, la condivisione… si tratta di un’energia che è presente in tutte le persone ma che nella donna ha un’espressività molto molto potente.

Si tratta quindi di dimensioni che hanno il potere di far andare oltre i pregiudizi, far uscire dagli schemi, in un certo senso far oltrepassare il visibile, di superare gli errori che il nostro pensiero tende a cogliere. Festeggiare la donna nell’8 marzo non è perciò soltanto fare gli auguri, regalare un fiore, ma, alla luce di quanto appena detto, è riconoscere il potenziale espressivo e di “libertà” che vi è all’interno di ognuno di noi ma in particolare nella donna, e che se educato e tenuto presente aiuta davvero ad evolvere e migliorare.

Uno dei temi emersi anche in questo 8 marzo 2024 su tutti i media, nazionali e locali, è la complessa conciliazione tra l’essere madre e lavoratrice: una conciliazione che molto difficilmente si realizza in modo sereno, poiché spesso le donne vivono dei sensi di colpa, sia quando lasciano sia quando, al contrario, non lasciano il lavoro. È possibile elaborare culturalmente questo senso di colpa? Se sì come?

Si tratta di un fenomeno molto più diffuso di quello che sembri e molto visibile nelle giovani generazioni. La possibilità della mamma lavoratrice di godere di permessi lavorativi spesso diventa un modo per metterla da parte, o per farle accettare condizioni lavorative al ribasso, al punto che in alcuni casi si rinuncia al lavoro, sempre più spesso definitivamente.

Questo, unito al gap salariale e ad altri elementi discriminatori presenti nel mondo del lavoro, può portare la donna a sentirsi sbagliata, incompetente, a perdere progettualità…

A risentire del gap lavorativo sono soprattutto quelle donne che scelgono il percorso denominato “mommy track”, ovvero quelle situazioni in cui una donna mette al primo posto l’essere madre; tale espressione può anche riferirsi ad accordi di lavoro per le donne nel mondo del lavoro che facilitano la maternità, come orari flessibili, ma che allo stesso tempo offrono solitamente meno opportunità di avanzamento di carriera.

Che cosa fare per contrastare tutto ciò? Beh, sono tante le cose da fare, alcune di tipo istituzionale, come consentire orari flessibili ai genitori, migliorare il congedo paterno, migliorare i livelli di retribuzione per i genitori, anche dare la possibilità di avere veramente in tutte le aziende un micronido o comunque una struttura per i bimbi. Ma l’elemento forte è quello culturale, soprattutto attraverso l’educazione delle nuove generazioni ad una visione più condivisa della famiglia, del ruolo genitoriale, un nuovo approccio che sia rispettoso delle differenze, differenze che sono un arricchimento e mai una sottrazione.

Quali aspetti, nella vita di una donna, sono più difficili da affermare per vivere appieno la propria realizzazione?

Questa domanda è proprio calzante, dottoressa Panighetti, perché ci consente di mettere a fuoco delle dimensioni speciali dell’essere donna.

Forse l’elemento che più è difficile da affermare nella vita di una donna è la propria competenza, la propria determinazione e, allo stesso tempo, la propria creatività. Tutto ciò è espresso metaforicamente da due locuzioni.

La prima è l’espressione “soffitto di cristallo”, introdotta dalla scrittrice francese femminista George Sand che utilizzò la metafora “une voûte de cristal impénétrable” nel romanzo Gabriel per descrivere il sogno dell’eroina di elevarsi al di sopra del ruolo che la società le ha imposto.

“Soffitto di cristallo” indica quindi la segregazione che impedisce alle donne di raggiungere posizioni di vertice e responsabilità in ambito professionale; si riferisce dunque a tutte quelle barriere invisibili che impediscono o complicano la crescita in ambito professionale delle lavoratrici.

Dall’altro lato c’è l’espressione “scogliera di cristallo”, coniata nel 2004 da Michelle Ryan e Alex Haslam, professori dell’Università di Exeter, in Inghilterra, per indicare un fenomeno poco noto, sebbene molto diffuso. La locuzione “scogliera di cristallo”, allude alla pratica di mettere una donna ai vertici di un’azienda, o di un’istituzione, in un momento di particolare difficoltà e ad alto rischio di impopolarità, mascherandola come gesto anti-discriminatorio e di inclusione. Apparentemente tale “promozione” o “avanzamento di carriera” nei confronti della donna andrebbe a sfondare il “soffitto di cristallo”, ma così non è. Le caratteristiche di comunicazione empatica, di gestione dei conflitti, di creatività, di soluzione dei problemi, “servono” per uscire dalla crisi, ma una volta risolti i problemi, la donna viene penalizzata cioè o collocata in un ruolo inferiore o addirittura licenziata. E al suo posto? Sono posizionati gli uomini.

Ci sono donne che si sono affermate, nella scienza, nella cultura, nella società, nella politica, diventando dei modelli per le giovani. Che cosa accomuna queste donne, che cosa si può imparare da loro?

Queste donne sono accomunate da vari aspetti: dapprima per la passione profonda per la conoscenza e per il piacere di trasmetterla. Queste figure infatti sono state delle formatrici, delle insegnanti, delle persone che condividevano con gli altri ciò che studiavano. E questo è un elemento che caratterizza l’archetipo femminile: l’accoglienza e anche il donare.

Un altro fattore è la costanza: sono donne determinate, che non hanno rinunciato mai al loro anelito per la conoscenza e tutto questo con umiltà, senza mettersi in mostra, un atteggiamento riassunto benissimo dalla frase di Rita Levi Montalcini: Le donne che hanno cambiato il mondo, non hanno mai avuto bisogno di “mostrare” nulla, se non la loro intelligenza.

Mi piace ricordare una donna che è un esempio per tutti: la professoressa Ruth Gottesman, pediatra, 93 anni, vedova, che poche settimane fa ha donato 1 miliardo di dollari per rendere gratuita la retta della scuola di medicina del Bronx. È un gesto meraviglioso, che capisco bene perché la possibilità di continuare gli studi all’università mi è stata data da un gesto di simile generosità. Ma questa è un’altra storia…

Un’altra storia che magari ci racconterà in qualche occasione… intanto la ringrazio dottoressa Galderisi e ci ritroviamo con chi legge questa rubrica tra 15 giorni.

CHI E’ DORIANA GALDERISI?

Doriana Galderisi è padovana d’origine e bresciana d’adozione: lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio in via Foscolo, a Brescia. Esperta in: Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Tipico e Atipico, Psicologia Criminale Investigativa Forense, Psicologia Giuridica, Psicologia Scolastica, Psicologia dell’Età Evolutiva, Neuropsicologia. Esperta in psicologia dello sport iscritta nell’elenco degli psicologi dello Sport di Giunti Psychometrics e del Centro Mental Training. E’ inoltre autorizzata dall’ASL di Brescia per certificazioni DSA (Disturbi specifici di Apprendimento). E’ iscritta all’Albo dei CTU, all’Albo dei Periti presso il Tribunale Ordinario di Brescia e all’Albo Esperti in Sessuologia Tipica e Atipica Centro “il Ponte” Giunti-Firenze.

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Ultimo aggiornamento il 17 Aprile 2024 20:30

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