Ma come va oggi la politica? Contromano! | BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA

Ebbene sì, la psicologia ci aiuta anche nel cercare spiegazioni al disinteresse, anzi alla vera e propria disaffezione alla politica, che è un fenomeno sempre più in aumento tra i giovani e anche tra gli adulti. Tale fenomeno ha molte cause, e tra queste vi sono proprio gli aspetti psicologici...

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Doriana Galderisi, opinionista BsNews

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Un politico sarà sempre al tuo fianco
quando avrà bisogno di te.
(Ian Walsh)

di Doriana Galderisi* – L’interesse per la politica, intesa come il governo per il bene comune, è sempre più più basso: le ultime elezioni in Abruzzo e Sardegna lo confermano, con l’affluenza rispettivamente del 53,1% e del 52,4%. Non molto meglio è andata lo scorso anno per le elezioni al Comune di Brescia, dove si recò al voto il 57,8% della cittadinanza. E non parliamo delle ultime elezioni dei Consigli di quartiere del 2018, che ebbero una affluenza solo del 10%. Elezioni che saranno il 14 aprile e che hanno un loro valore di partecipazione diretta e di democrazia dal basso, poiché rappresentano, uniche in tutta Italia, un laboratorio inedito, vista la possibilità di candidarsi data anche ai nuovi cittadini di origine non italiana e aperta ai 16 enni.

Dottoressa Galderisi, questa disaffezione alla politica come viene spiegata dalla psicologia, dal momento che è una scienza, trasversale a tutti gli ambiti della nostra vita personale, sociale ed esistenziale? Questo ampio spettro si vede molto bene nella “Scienza di eccellenza”, il ciclo di approfondimenti on line da lei ideato, che, arrivato alla sua cinquantesima puntata, ci dimostra proprio quanto la psicologia sia un po’ una lente di ingrandimento sul mondo. 

Buongiorno a lei e a chi ci legge…. Ebbene sì, la psicologia ci aiuta anche nel cercare spiegazioni al disinteresse, anzi alla vera e propria disaffezione alla politica, che è un fenomeno sempre più in aumento tra i giovani e anche tra gli adulti. Tale fenomeno ha molte cause, e tra queste vi sono proprio gli aspetti psicologici.

Il fenomeno della disaffezione alla politica è ben studiato da un particolare settore della psicologia, ovvero quello della psicologia politica.

Partiamo dal dato di fatto che il voto politico appartiene alla categoria delle decisioni, in quanto comporta il compiere una scelta. Nelle scelte la nostra mente è alle prese con una serie di aspetti da considerare, da selezionare, da valutare, e da individuare come prioritari o essenziali. Si tratta di un lavoro di non poco conto per il nostro pensiero, soprattutto quando la disamina delle informazioni avviene in una ridda di dati frammentati, carenti o disorganizzati, che è un po’ quello che accade attualmente in un modo in cui i social e le tante modalità di comunicazione politica fan sì che arrivino all’elettore in tempi molto rapidi tante informazioni e notizie.

E allora che cosa succede? Succede che votare richiede uno sforzo cognitivo di una certa portata che non sempre viene ripagato o controbilanciato da una effettiva valorizzazione dello sforzo stesso compiuto. E quali sono gli aseptti che possono veicolare un messaggio di svalutazione dell’importanza dell’impegno e del valore compiuto nel decidere di votare? Uno degli aspetti principali è dato dalla durata e dalla stabilità di un governo. Infatti una serie di dati ci dice che un governo dura mediamente 380 giorni (considerando quelli effettivi e non le fasi di transizione tra un governo e l’altro). E allora? Come si suol dire il gioco, cioè fare tanta fatica per potere scegliere, vale la candela?

Proprio la brevità di tenuta di un governo sembra penalizzare l’impegno a scegliere e quindi fa flettere, fa abbassare la motivazione a partecipare al voto stesso. Come le teorie della motivazione ben ci spiegano, subentra un meccanismo di pensiero che porta a chiedersi: “Perchè mi impegno? La situazione non è effettivamente in mio controllo”. Qui entra in gioco un concetto che va sotto il nome di learned helplessness (“tanto… non cambia mai nulla!”).

Ogni crisi di governo erode quindi la fiducia delle persone nel cambiamento e apre spazi allo scetticismo, nonchè allo svilimento dell’importanza del proprio voto, perché sollecita la  sensazione di inutilità della propria azione elettorale e del proprio contributo. La learned helplessness è quindi un ostacolo cognitivo ma anche emotivo che porta all’indebolimento dell’azione. In pratica porta a non attivarsi e, in questo caso, in tema di elezioni, ha una responsabilità nel determinare l’astensionismo, il disinteresse e la disaffezione.

In un mondo come quello attuale, dove le distanze, i ruoli e le comunicazioni sono molto veloci e dirette e, quindi, dove pare più facile avere informazioni, perché ci sono tante persone indecise? In altre parole, c’è una spiegazione psicologica al fatto che ci siano tante persone indecise che, non sapendo/volendo decidere, si astengono? 

Certo, anche in questo caso la psicologia politica ci aiuta a capire. Da un lato è importante sottolineare che gli indecisi, che costituiscono delle “prede prelibate” per ogni politico oggi sono molto numerosi, ma un tempo non erano altrettanto quantitativamente rilevanti. Anzi. Uno dei motivi a spiegazione di ciò può risiedere nel mutamento della tipologia di voto che, da voto di appartenenza, che caratterizzava soprattutto la Prima Repubblica, è diventato voto di opinione. Per voto di appartenenza si intende un voto che in un certo senso implica una sorta una fedeltà valoriale, ideologica, politica, che si tramandava per tradizione familiare: una fedeltà che oggi è veramente molto rara da trovare.

Con l’avvento della Seconda Repubblica prende piede il cosiddetto voto di opinione: si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma, in quanto l’elettore vota non per tradizione familiare ma sulla base delle informazioni che ha raccolto, quindi sulla base dell’opinione che si è fatto relativamente al candidato e ai programmi.

Per spiegare il fenomeno dell’indecisione, un aiuto ci viene dal funzionamento “economico” della nostra mente che, di fronte ad una quantità notevole di informazioni, di dati, di immagini, così come è ciò che si presenta durante una campagna elettorale, e, nella nostra epoca, amplificato dai social, è molto difficile selezionare gli aspetti rilevanti. Tanto più che il tipo stesso di comunicazione politica è cambiato, non tanto e non solo nel modo di “parlare” agli elettori, ma anche proprio nelle caratteristiche stesse del contesto comunicativo. Sto facendo riferimento all’utilizzo massiccio dei social, che si caratterizzano per la velocità e la sintesi dei messaggio, per la centratura dei messaggi stessi su aspetti spesso di contesto più che di contenuto. Tutto ciò produce una variabilità maggiore, una maggiore difficoltà nell’elettore a focalizzare gli elementi che andrebbero a costituire le basi della scelta di voto.

Come evidenziato poco sopra sul fatto che la mente lavora in economia, ora centriamo meglio il concetto: la mente è proprio un po’ tirchia, avara (miserliness cognitive effect ovvero effetto di avarizia cognitiva) per cui appena può usa delle scorciatoie e questo ha un ruolo importantissimo quando si deve decidere chi votare perché saranno elementi percettivi, o comunque quelli che colpiscono di più, elementi che possono prescindere totalmente dal contenuto e dal programma e fare riferimento alle caratteristiche della personalità o del modo di porsi di un candidato a prevalere e a determinare la scelta. Quindi dal momento che la quantità di stimoli durante una campagna elettorale è innumerevole possono esservi delle indecisioni e dei tentennamenti. Proprio quando vi sono tante possibilità di scelta e tanti input, il nostro cervello, come le neuroscienze spiegano, va in sovraccarico e si verifica quello che viene chiamato fenomeno del choice overload, ovvero il blocco delle decisioni, una sorta di paralisi decisionale.

Sull’indecisione pesa anche molto la crisi delle istituzioni: la Demos (Istituto per la ricerca politica e sociale) ha registrato, tra il 2010 e il 2014, una caduta in picchiata della fiducia verso le istituzioni, il Presidente della Repubblica, la Magistratura, le forze dell’ordine… in questa caduta libera si sono leggermente salvate solo la chiesa e la scuola. Questo crollo della fiducia, della confidence verso il governo, riflette un sentiment negativo e anche questo non aiuta certamente l’azione decisa di andare a votare.

Anche il linguaggio della politica oggi è completamente diverso dal passato: quali le leve mentali, ma anche psicologiche e emotive su cui il linguaggio in politica cerca di fare presa?

Partiamo dal presupposto che il linguaggio è sempre un serbatoio di indicatori che mostrano la struttura di pensiero, il sistema valoriale, gli interessi, le ideologie, le idee, le modalità di reazione, anche emotiva, della persona. Il linguaggio è “tutto”, è esemplificativo di come la persona vive, sente, agisce, pensa. Il linguaggio della politica esemplifica le caratteristiche culturali, la visione del mondo, di un periodo storico.

Ciò detto, siamo passati da un linguaggio colto, istruito, quasi aulico, per esempio quello di Palmiro Togliatti che, in un discorso, citava Virgilio con la metafora delle api, intendendo la classe politica e le altre classi sociali. Da questo si è passati ad un linguaggio più snello, vivace, giovane, smart, dinamico, come quello che utilizzava Silvio Berlusconi, riassunto nella celebre espressione “discesa in campo”. Fino ad arrivare via via a linguaggi diretti, come quelli caratterizzati dai noti “Vaffa” di Beppe Grillo, “Vaffa” che esprime un sentiment molto più che negativo, in quanto intercetta la rabbia, il rancore, il rifiuto e la reattività dei cittadini verso le istituzioni di governo e verso la politica, tant’è che si iniziò a parlare di antipolitica.  In altre parole si è passati da uno stile linguistico per pochi eletti, ad uno quasi da scaricatori di porto, che a volte rasenta, o entra proprio, nel volgare.

Facendo riferimento ai tre esempi citati, soffermiamoci ora su quali leve fanno leva, con un gioco di parole, quei registri narrativi.

Così vediamo che nella Prima Repubblica il linguaggio “istruito” faceva leva sul fatto che il leader voleva apparire superiore in senso culturale agli elettori perché questo essere migliore, diverso, rappresentava il modo per ottenere il voto, un voto che esprimeva la fiducia nel farsi governare; in pratica era un modo di mettere nelle mani del politico le proprie vite attraverso il governo.

Nella Seconda Repubblica, con la “discesa in campo” di Berlusconi, assistiamo ad un cambio: il politichese, linguaggio difficile, criptico, per pochi, viene messo in discussione e viene via via cambiato e semplificato. Il registro narrativo diventa il parlare in “gentese”, cioè in un modo che tutti possono capire perché molto vicino e espressione della gente comune, di noi tutti.

Il “gentese” vuole far leva sul fatto che di quel leader ci si può fidare perchè quel leader ci capisce, anche se non è uguale a noi, ma appare tuttavia molto simile. E come fa il leader della Seconda Repubblica per apparire molto simile? Portando sotto i riflettori il proprio privato, le proprie passioni e perfino i propri difetti.

Nella Terza Repubblica quello stile più colloquiale, più vicino alla gente, subisce un’accelerazione, le distanze si accorciano, il linguaggio si avvicina ancora di più e diventa uno stile narrativo molto più diretto, estremamente concreto, al punto da diventare spesso scabroso e volgare. Questo nuovo linguaggio fa leva sulla volontà di far apparire il leader come noi, talvolta addirittura peggio di noi, talvolta mettendone in luce qualità ancora più negative.

E’ un modo per favorire la massima identificazione, quindi orientare una scelta, che diventa molto “umana”. Infatti non solo le famiglie, le passioni, gli interessi diventano oggetto di spettacolarizzazione, bensì si entra nel quotidiano spicciolo e soprattutto nei difetti e, talvolta nei vizi.

I social, “avvicinando” la comunicazione, rendendola diretta e soprattutto senza filtro,  fanno leva proprio sui meccanismi di rapporto tra elettore e candidato, di identificazione, e, in un certo senso di esclusività di tale rapporto.

I politici oggi sono sui social quasi H24 e questa modalità comunicativa utilizzata ha spesso lo scopo di polarizzare l’interesse, ma ciò non è esente da problematiche come, ad esempio, l’insorgere di fronti opposti, contrapposizioni spesso molto violente a livello verbale. La comunicazione sui social media, anche in ambito politico, può diventare quindi una vera e propria battaglia. Il linguaggio acquista spesso una valenza aggressiva importante, diventando talvolta estremamente provocatorio. Alimentare l’aggressività, a livello politico, è non di rado un “espediente” per catalizzare interesse, che potenzialmente può diventare consenso esplicito, ma che al contempo crea anche una sorta di illusione di potere, nel cittadino, in quanto induce le persone a credere che i giochi non siano ancora chiusi e che quindi il contributo di ognuno sia fondamentale per il cambiamento, il miglioramento, per l’esito delle elezioni. Tutto questo miscuglio di dinamiche diventa un propulsore, una spinta a votare e, in un Paese in cui l’astensionismo è la norma, tutto ciò è tutt’altro che banale.

E concludo, a proposito di astensionismo e di situazioni paradossali del nostro presente citando il noto Maurizio Crozza: “In Italia ci stiamo muovendo al contrario: le persone che non votano sono più di quelle che votano, le persone che non lavorano sono più di quelle che lavorano, le persone che non abbiamo eletto sono quelle che ci governano!”

Nel ringraziarvi per l’attenzione rinnovo l’appuntamento alla prossima rubrica tra 15 giorni ma chi fosse interessato ad approfondire queste tematiche può seguire, il 19 aprile alle 11, la 51esima puntata de “La scienza di eccellenza” dal titolo: “La politica nel mare forza 4 dei social media”.

(Rubrica a cura della dottoressa Doriana Galderisi, nella forma di dialoghi con la giornalista bresciana Irene Panighetti).

CHI E’ DORIANA GALDERISI?

Doriana Galderisi è padovana d’origine e bresciana d’adozione: lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio in via Foscolo, a Brescia. Esperta in: Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Tipico e Atipico, Psicologia Criminale Investigativa Forense, Psicologia Giuridica, Psicologia Scolastica, Psicologia dell’Età Evolutiva, Neuropsicologia. Esperta in psicologia dello sport iscritta nell’elenco degli psicologi dello Sport di Giunti Psychometrics e del Centro Mental Training. E’ inoltre autorizzata dall’ASL di Brescia per certificazioni DSA (Disturbi specifici di Apprendimento). E’ iscritta all’Albo dei CTU, all’Albo dei Periti presso il Tribunale Ordinario di Brescia e all’Albo Esperti in Sessuologia Tipica e Atipica Centro “il Ponte” Giunti-Firenze.

LEGGI TUTTE LE PUNTATE DELLA RUBRICA DI DORIANA GALDERISI CLICCANDO SU QUESTO LINK


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Ultimo aggiornamento il 22 Maggio 2024 17:04

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