✴️ Imprenditori bresciani e calcio: un binomio attuale? | di Giovanni Armanini *️⃣

Lo spunto é nato da un articolo del mio amico ed ex collega di Bresciaoggi, Vincenzo Corbetta, su Bresciaoggi di lunedì 3 giugno (titolo: "Perché fare calcio ad alto livello qui è impossibile")...

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Giovanni Armanini, elaborazione grafica BsNews

di Giovanni Armanini (da Fubolitix)* Mi perdonerete se oggi parlerò di una cosa che mi sta a cuore: il Brescia calcio, la mia squadra. Spero di dare un contributo a tutti, soprattutto a chi il calcio lo vede non dalla prospettiva delle solite 5 note (Juve, Milan, Inter, Napoli e Roma che raccolgono nominalmente l’85% di coloro che si dichiarano “tifosi” di una squadra in Italia) ma si chiede quale sia il futuro del calcio in provincia. E dello sport tout court.

Lo spunto é nato da un articolo del mio amico ed ex collega di Bresciaoggi, Vincenzo Corbetta, su Bresciaoggi di lunedì 3 giugno (titolo: “Perché fare calcio ad alto livello qui è impossibile”).

Seguo il discorso di Corbetta, per ampliare la visione. Parto da un concetto che ho già espresso qui, prima della finale di Europa League:

L’Atalanta ha un’identità e un metodo che prescindono da quello che le accade intorno.  E applicandolo segue una sua traettoria unica ed originale. Per una volta possiamo scomodare il tanto abusato termine di “modello” perché l’Atalanta va considerata tale per coerenza e continuità, anche e forse ancora di più se a Dublino dovessero vincere gli altri.Perché un club calcistico è modello (ne sono convinto) molto più nella sconfitta che nella vittoria.

L’Atalanta è un club che fa settore giovanile come nessuno in Italia da almeno quarant’anni. Negli anni ‘80 noi ragazzini della Bassa sognavamo di fare i provini per loro o per la Cremonese. Il Brescia invece si chiamava Voluntas. Non era la stessa cosa. La parabola calcistica di un club non é estranea al profilo del suo proprietario. Prendiamo Antonio Percassi, presidente atalantino, e vediamo le tappe fondamentali.

  • Presidente dall’animo internazionale (ne ho scritto qui). Punto di riferimento in Italia dei grandi marchi. A lui si rivolgono quando vogliono investire da noi. Starbucks, Victoria’s Secret, Lego. Organizza lo sviluppo delle reti di vendita in Italia.
  • 1990: diventa presidente e rimane 4 anni andandosene dopo una retrocessione. Prende Mino Favini dal Como come direttore del settore giovanile.
  • 1994 – 2010: Rimane sponsor vicino alla società guidata da Ivan Ruggeri. “Sono come Dynasty e Dallas” mi ha detto dei due presidenti storici un amico esperto di cose atalantine.
  • giugno 2010: torna presidente quando il club è appena retrocesso. Dopo aver vinto il campionato di Serie B torna in A e fa quello che ha sempre fatto: 5 salvezze tranquille.
  • 1 agosto 2014: assume Giovanni Sartori. Chiude 17esimo in A, ma a differenza degli anni 90 la società è pienamente nelle sue mani e ora può programmare.
  • estate 2016: Sartori ingaggia Gian Piero Gasperini e svolta dopo aver confermato il tecnico che perde 5 partite dall’inizio.
  • febbraio 2022: cede il 55% a Stephen Pagliuca, proprietario dei Boston Celtics (NBA) che ben conosce lo sport e i suoi rischi. Mantiene col figlio Luca la direzione sportiva strategica del club.
  • aprile 2023: la catena di controllo del club si fa più complessa, stipulato un bond da 152 milioni dando in pegno le quote della società La Dea 11, una delle società che controlla l’86,44% delle quote dell’Atalanta.
  • nell’ultimo bilancio semestrale ha 185 milioni di debito a fronte di 200 circa di fatturato (che crescerà coi 35 dell’Europa League). Nulla di strano eh, fa azienda, la fa bene, si fa finanziare.

Che senso ha avuto l’investimento americano nell’Atalanta? Negli ultimi 5 anni sono solo 9 le squadre di Serie A che sono andate in Europa. L’obiettivo é chiaro: garantire le risorse per tenere il club dentro questo lotto di prima fascia. Andiamo oltre.

La storia che a Bergamo si tifa Atalanta più di quanto Brescia non tifi Brescia è vera, ma si spiega in proporzione ai risultati.

Nel 1990 quando arriva Percassi è 12esimo nella classifica all time della Serie A. Il Brescia 25esimo. Oggi l’Atalanta è 11esima e il Brescia 21esimo.

Questo è “football heritage” per scomodare José Mourinho: eredità calcistica. E non la inventi dall’oggi al domani.

La storia dell’Atalanta ci insegna che:

  • nel calcio nessuno si può improvvisare
  • la dimensione finanziaria necessaria fa capire che il livello di rischio per stare nel gioco é molto alto
  • per avere successo serve una visione, ma il  successo non è mai garantito: un club di calcio é un’azienda che lavora in un mondo in cui per esserci un vincitore serve anche uno sconfitto a prescindere dai meriti di quest’ultimo
  • la capacità imprenditoriale di un presidente deve andare oltre la dimensione dell’azienda di famiglia

Corbetta poi fa una domanda. Perché Brescia non può fare questo? È sempre colpa degli imprenditori? Io non evocherei alcuna “colpa”, ma provo a seguire.

“Dieci anni fa ero esposto più di adesso ma solo ora mi chiedono insistentemente di rientrare” lamentava Corioni nel suo triste e solitario finale dopo la retrocessione 2010/11. Corioni fece due cicli sportivi straordinari. Non uno.

  • il primo dal 2000 al 2005 restando in Serie A
  • il secondo dal 2005 al 2010 (direttore sportivo Gianluca Nani, uno mai sufficientemente apprezzato a Brescia, a dimostrazione che quelli bravi a volte li trovi in casa, ma non per forza) qualificandosi costantemente per i playoff di Serie B: gli altri quando alzavano l’asticella poi fallivano, lui fece 4 playoff di fila

Quando andò in A disse: “retrocedere sarebbe peggio che non essere mai saliti”. Infatti una volta sceso di nuovo passò l’ultimo quinquennio a resistere, fino al commissariamento.

“La sponsorizzazione del Brescia è un vitalizio” mi disse scherzando un alto dirigente bancario durante un mio viaggio al seguito di una missione imprenditoriale all’estero. Fuor di metafora: il Brescia non fallì in quegli anni perché nessuno si sarebbe preso la responsabilità di andare davanti ai soci di una banca presentando una voce “meno” che corrispondeva a X milioni dati a un club di calcio non più solvibile.

Come dice un vecchio aforisma: “Se hai un milione di debito hai un problema, se hai un miliardo di debito ha un problema la banca”. Tenerlo in vita e commissariarlo fu un favore a se stessi prima che al club.

E allora, perché loro si e noi no? La mia risposta é questa:

  • innanzitutto a Bergamo non si sono mai posti in termini di paragone sopra di loro
  • si sono dati un’identità ben prima del 1990 (negli anni 70 erano considerati squadra satellite della Juventus come la Cremonese) che poi Percassi ha migliorato grazie alle sue qualità
  • sono stati coerenti nel lungo periodo ed hanno corretto nel breve quando serviva (dopo i primi anni di successo il minutaggio dei giovani diminuì drasticamente per tornare poi a crescere nelle ultime due stagioni)

E poi parliamoci chiaro: se non avessero vinto l’Europa League a Dublino la miopia di cui é intrisa l’analisi sportiva italiana oggi insisterebbe sull’Atalanta che non vince le finali, perdendo tutto il senso del percorso. Bisogna quindi rassegnarsi? Che fare?

Ripartirei da quel che Alessandro Triboldi da presidente del club un giorno al telefono mi disse: “Noi dobbiamo strutturare prima la società e solo dopo pensare alla Serie A, una promozione oggi sarebbe controproducente”.

L’idea era chiara: meglio una mancata promozione con strutture e conti a posto che una promozione impreparata.

Perché parliamoci chiaro: le ultime due promozioni del Brescia (2010, 2019) avevano una sola cosa in comune, le pagine dei giornali locali dedicati al problema stadio nei giorni successivi alla promozione.

Inaspettata no. Impreparata si. E tanto anche. Perché essere preparati nello sport significa essere sostenibili, quindi investire e poterlo fare a prescindere dai risultati.

Ci sono sostanzialmente 3 modi per stare nel calcio tra Serie B e Serie A oggi in Italia:

  • I fondi stranieri: dopo la promozione del Venezia la Serie A 2023/24 avrà 10 proprietà straniere, il 50% del totale. Curiosamente: tutte le lombarde lo sono, tranne il Monza.
  • I mecenati: il Monza è salito dalla C alla A grazie a 192 milioni messi da Silvio Berlusconi (la metà sono perdite a bilancio di anno in anno). Ora è in vendita. Lo stesso Parma (dell’americano Kyle Krause) ha scatenato un dibattito un anno fa quando emersero bilanci che sommavano 280 milioni di perdite (lui disse: “sono un filantropo, la mia famiglia è baciata da dio quindi posso farlo”, le istituzioni a Parma non erano felicissime ma le piazze fanno carte false per uno così).
  • Le proprietà italiane, che al momento sono paragonabili a Brescia, sono a Lecce, Cagliari, Empoli, Frosinone, Salernitana. Tutti club che complessivamente fanno più B che A. Alcuni anche la C. Il Verona è tornato grande ma non gode di particolare salute finanziaria e risulta in vendita da prima del Covid.
    Non cito Sassuolo e Udinese i cui patron fanno sport da 20 e 40 anni (non ci si improvvisa!) e ottengono risultati proporzionali alle loro disponibilità (come Cellino).

Io in questo scenario non mi stupisco che siano sempre meno gli imprenditori che non vogliono stare nel calcio. E parlo di piccoli come di grandi imprenditori. La gente? Il seguito? Contano zero: infatti sempre più imprenditori locali preferiscono fare calcio a Chiavari, Sassuolo, Cittadella, Salò, per evitare le pressioni del capoluogo.

Massimo Cellino non ci ha portati fuori dalla mediocrità, a conti fatti lo potremo solo valutare nel saldo tra quello che ha trovato sul piano economico e sportivo e quello che lascerà. Ma oggi la dimensione del club di un capoluogo di provincia è la dimensione e la capacità relazionale della sua proprietà. Il resto è proporzionale. Infatti a Sassuolo hanno fatto 10 anni di Serie A a prescindere dalla piazza, giocando fuori provincia, con una proprietà che metteva oltre 20 milioni all’anno di sponsor di maglia (più di quanto hanno ricevuto Milan e Inter dai rispettivi marchi sulle maglie).

Anche qui per chiarezza: l’Uefa disse che andava bene così, e io mi adeguo, ma vi pare logico seguendo il dibattito che spesso si sente sugli sponsor gonfiati? Ma alla fine chiediamoci: a chi giova avere una squadra di calcio? È indispensabile alla città averne una? Qual’é la ricaduta che poi questa attività ha sulla ricchezza del territorio? Secondo me poco o nulla.

Perugia è campione del mondo di pallavolo, Trento d’Europa. Bologna da sempre è basket city e deve la sua identità a questo più che all’anonimato calcistico degli ultimi 60 anni in cui solo la parentesi corioniana di fine anni ‘80 la distinse. Treviso tra rugby, volley e basket ebbe una sua identità fortissima. Siena e Sassari si sono messe sulla cartina grazie alla pallacanestro. Bolzano vuol crescere nella pallamano. Bergamo é stata capitale del volley femminile.

Presto forse anche noi saremo campioni nel basket (ma quello che stiamo vedendo è già encomiabile) e magari decideremo di fare il salto nella pallanuoto invece di arrivare sempre secondi. E in entrambi i casi il biglietto da visita sarebbe più autorevole che una squadra ascensore di Serie B.

È una questione di identità e modernità. Il calcio non lo programmi, se sei fortunato ti capita. Fossi ancora in un giornale locale non farei alcun appello per il calcio, chiederei piuttosto un impegno tout court per lo sport, per l’identità sportiva della città e del territorio e insisterei per una presa di responsabilità istituzionale, per avere un quadro chiaro della situazione

Comune capoluogo e Provincia: quale sarà lo scenario infrastrutturale dei prossimi 20 anni? Quali sono i nodi, quali gli investimenti necessari? E quali le opportunità, per chi decidesse (dal territorio o meno) di investire? C’è una bella storia negli USA, quella di Indianapolis, e di come la città abbia programmato la sua progressiva trasformazione in un centro catalizzatore di grandi eventi sportivi. Lo sport rappresenta un elemento culturale e sociale della nostra civiltà, non un capriccio da loggionisti.

Io ripartirei da lì, augurandomi che ci sia qualcuno, tra gli imprenditori, che abbia voglia di assumersi oneri e onori commisurati alle loro possibilità. Ma senza stupirmi se in giro nessuno se la sentisse di ingaggiare un rischio finanziario mai banale.

* Giornalista

** BsNews ospita opinioni di intellettuali, politici, imprenditori bresciani nell’ottica di alimentare il dibattito pubblico con pareri autorevoli: le opinioni espresse in questa rubrica non rappresentano la linea editoriale del sito, ma quella dei rispettivi autori.


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